Sviluppi e applicazioni delle analisi formal-strutturali in antropologia: la rigorizzazione metodologica e la costruzione di sistemi metalinguistici nell’opera di A. M. Cirese.

1 Cirese e le analisi formal-strutturali in antropologia.

Nella sezione dedicata alle analisi formal-strutturali in antropologia sono prese in esame alcune questioni metodologiche che hanno attraversato la storia degli studi antropologici; tali questioni sono state sollevate e assunte ad oggetto di studio da parte di quegli antropologi che hanno ritenuto indispensabile porsi sullo stesso piano, «epistemologico», degli studiosi dei processi e degli strumenti che attengono alla «logica della scoperta e della validazione scientifica».

In questa sezione particolare vengono riprese le medesime questioni, adottando tuttavia il punto di vista specifico di uno studioso, Alberto Mario Cirese, che ad esse ha dedicato gran parte delle sue ricerche, partendo dal presupposto che l’antropologia si debba interrogare sulla natura degli strumenti che adopera per studiare i suoi oggetti di studio e che debba spingersi oltre i propri confini settoriali per ricercare e per imparare ad utilizzare strumenti adeguati alle ambizioni scientifiche che continua a vantare.

La riflessione sul contributo ciresiano agli studi sul metodo in ambito antropologico potrebbe paradossalmente iniziare dalla constatazione che, a distanza di molti anni dalla fondazione degli studi di antropologia culturale, tale disciplina condivide con altre scienze sociali il primato del possesso del minor numero di concetti “primitivi” nati e definiti al suo interno. Tutti gli antropologi ormai sanno che l’antropologia ha adottato quasi interamente la sua strumentazione metodologica dalle discipline con cui ha da sempre stabilito un rapporto di filiazione. Questo tuttavia potrebbe non costituire un problema, almeno sul piano pragmatico, secondo lo stesso Cirese, se solo l’antropologia fosse in grado di identificare, studiare e applicare criteri di indagine che fosero adeguati ai suoi scopi e ben distinti dai suoi oggetti di studio; oggetti con cui condivide quella componente “cognitiva” che la rende ambiguamente simile alla materia di cui si occupa (occupandosi di classificare scientificamente i sistemi usuali di classificazione del mondo).

La riflessione sulla ricerca metodologica ciresiana non può inoltre non tener conto di quella componente «didattica» intrinseca al suo oggetto, o meglio si dovrebbe dire al suo «meta-oggetto»; viceversa considerando tale presupposto acquistano rilevanza l’esplicitazione e la definizione dei procedimenti di indagine; di conseguenza l'opera ciresiana acquista il valore di uno strumento di studio metodologico capace non solo di mostrare aspetti ignorati della materia trattata ma anche e soprattutto di insegnare «come» trattarla. Infatti, quell’attenzione di ogni studio ciresiano ai modi con cui esso è condotto, per consentire ad altri studiosi di “rifare i conti in tasca all’autore” e di impadronirsi di strumenti applicabili oltre i casi trattati, contiene evidentemente una vocazione «manualistica» per la quale è difficile dire se, quanto scoperto intorno agli oggetti antropologici considerati, abbia maggiore o minore rilievo di quanto detto intorno agli strumenti antropologici per studiarli.

Si può persino affermare che anche quegli studi di Cirese caratterizzati da una più accentuata finalità applicativa contengono una lezione di metodo che trova la sua validità proprio nella possibilità di verificarne l’efficacia passo passo, di ritrovarla, con varianti, in altri studi, e di appropriarsene e di utilizzarla per condurre nuovi studi applicativi, su nuovi oggetti.

Ma in cosa consiste la lezione di metodo ciresiana e come si relaziona con le riflessioni metodologiche degli autori di cui si parla nella sezione dedicata all'analisi formal-strutturale in antropologia?

Avendo tra le priorità quella di esplicitare le «assunzioni» metodologiche delle sue ricerche, Cirese non nasconde mai i suoi "debiti" metodologici; così sappiamo dalle sue parole che egli fa suoi gli strumenti e i procedimenti delle "analisi formal strutturali"; ma sappiamo anche che tali strumenti sono «oggetto», oltre che «strumento», dei suoi studi, e che gli stessi suoi studi hanno tra le finalità più esplicite proprio quella di verificare ed esplicitare le potenzialità (euristiche, calcolistiche, comparative) di tali strumenti: da un lato mostrando le inadeguatezze di un uso solo «metaforico» praticato dai medesimi antropologi che pure se ne sono fatti promotori; dall’altro mostrando un uso rigoroso e sistematico degli stessi strumenti, che chiama in causa direttamente gli studiosi e le discipline scientifiche in cui tali strumenti sono stati definiti e sono stati utilizzati al meglio.

Di conseguenza, per esaminare il contributo di Cirese alla «rigorizzazione» dei procedimenti metodologici della ricerca antropologica, occorre:

- da un lato riconsiderare il lavoro di quegli «scienziati sociali» che si sono fatti promotori dell’uso degli strumenti di analisi formal-strutturale nelle discipline demo-etno-antropologiche;

- dall’altro considerare gli studi che su e con tali strumenti sono stati fatti nei campi in cui gli strumenti sono stati definiti e sviluppati.

In tale prospettiva notiamo che i soggetti degli studi presi in esame nella sezione 1 (la sezione più generale dedicata alle applicazioni e agli sviluppi delle analisi formal-strutturali in antropologia) diventano qui gli oggetti di studio della ricerca meta-teorica di Cirese. La "rigorizzazione" di cui parla quest’ultimo prende infatti le mosse dal lavoro di tali studiosi e ne analizza sistematicamente le operazioni compiute, i procedimenti adottati, i ragionamenti sviluppati dalle premesse dichiarate.

Ma se da un lato il lavoro di Cirese mira a mostrare i limiti, le superficialità, le contraddizioni e le scorciatoie interpretative di cui peccano le applicazioni degli strumenti di cui tali studiosi si sono fatti promotori, dall’altro la riflessione ciresiana si spinge fino a proporre un vero e proprio «addestramento metodologico» (nonché tecnologico) presso quegli altri studiosi che, pur non conducendo studi propriamente antropologici, possono essere a ragione considerati esperti, teorici, sviluppatori degli strumenti di cui Cirese intende proporre l’apprendimento e l’uso anche nel campo delle scienze sociali.

E’ opportuno sottolineare la consapevolezza e l’impegno da parte di Cirese nel distinguere gli «strumenti di analisi» dall’«ideologia» che ha accompagnato la loro introduzione nelle scienze sociali; infatti il declino di tale prospettiva ideologica ha indirettamente causato il tramonto anche degli strumenti ad essa impropriamente legati, con la conseguente acritica perdita di interesse per i problemi di metodo. L’approccio formal-strutturale di Cirese non va infattii confuso con un revival dello «strutturalismo» di cui Cirese stesso è stato sin dagli inizi un attento critico; va invece letto come una tendenza alla «formalizzazione», o meglio alla «semiformalizzazione»; una tendenza che adotta in tal senso ogni strumento utile allo scopo, ivi compresi quelli delle «analisi strutturali».

Lo scopo a cui Cirese si riferisce non è quello di realizzare semplici modelli formali in grado di rappresentare fenomeni sociali osservati. La nozione di «modello» che Cirese mutua dalle scienze logico-matematiche gli permette di mirare allo sviluppo di sistemi a carattere «euristico», capaci cioè di  orientare la ricerca, di agevolare lo sviluppo di ipotesi e quindi di rappresentare fenomeni non ancora osservati.

Cirese mira cioè a far compiere alle scienze antropologiche quel salto che alcuni antropologi prima di lui hanno immaginato, ma non sono riusciti ad attuare, dopo aver identificato, nel lavoro di altri colleghi, quei condizionamenti e quei limiti dovuti al cosiddetto "pregiudizio empirico" [nota] che ancora grava sulle scienze sociali.

Così Cirese critica gli «intenti» metodologici di Lévi-Strauss, non perché azzardati o intrinsecamente erronei, ma perché non sostenuti da un'adeguata padronanza del mezzo logico e tecnologico, a cui l'antropologo francese allude senza tuttavia conoscerlo e adoperarlo adeguatamente.

Se studiosi come Leach, Nadel, Rudner pongono il problema dell’adozione di procedimenti adeguati per raggiungere il livello delle «generalizzazioni», Cirese raccoglie l’invito e mostra come, studiando e utilizzando «operatori logici», «modelli combinatori», «gruppi di trasformazione», si possa arrivare a costruire modelli euristici capaci di confrontare, tradurre, calcolare senza assumere come strumenti interpretativi il linguaggio e i criteri classificatori della società a cui appartiene lo studioso; egli mostra così come si possano evitare tanto «etnocentrismi ideologici» quanto «etnocentrismi tecnologici» dovuti alla condivisione del medesimo livello tra osservati e osservanti.

Il problema usuale per gli antropologi, di trovare o adattare linguaggi, notazioni, concetti per parlare di fenomeni culturali distanti dai propri, si trasforma per Cirese nel problema, nuovo per gli antropologi, di «costruire» linguaggi e modelli artificiali capaci di comprendere e spiegare anche quelli del ricercatore senza ridursi ad essi.

Per capire meglio ciò che Cirese compie, sviluppando contemporaneamente il lavoro degli antropologi e quello degli epistemologi con cui dialoga a distanza, verranno qui presi in esame, in particolare, i modelli da lui sviluppati negli ambiti parentologico e narratologico; ambiti, cioè, dove la formalizzazione è favorita e resa possibile dalla «natura logica» degli oggetti trattati: quella «logica dei sistemi di parentela» già emersa e resa esplicita dagli studi di Lévi-Strauss, Leach, Kroeber e Goodenough, e quella «logica della narrazione» identificata dagli studi di Propp, Brémond e Lévi-Strauss.

Prima di entrare nel merito di questi esempi di «modellizzazione» è opportuno soffermarci tuttavia su una distinzione metodologica che permette a Cirese di identificare, anche sul piano della scelta degli oggetti di studio di pertinenza antropologica, una condizione che salvaguarda quell’ambizione «nomotetica» considerata dallo stesso Cirese imprescindibile.

2 Analisi diacronica e analisi strutturale: l’oggetto di pertinenza storica e quello di pertinenza antropologica

La  differenza tra ciò che pertiene a uno studio a carattere antropologico e ciò che invece pertiene a uno studio a carattere storico, come viene chiarito da Cirese all’interno del suo scritto A domande concrete astratte risposte, scaturisce dall’applicazione di due diversi  livelli di astrazione.

In questo saggio Cirese adotta la dicotomia «astratto VS concreto» per definire gli scopi e i metodi di due approcci di studio che, pur potendo condividere i medesimi referenti, vengono a configurare, grazie al diverso atteggiamento conoscitivo, due diverse tipologie di oggetti di studio:
- da un lato singoli eventi unici e irripetibili,
- dall’altro classi di eventi ripetuti e ripetibili che generano «costumanze», «rappresentazioni collettive» che, in quanto tali, preesistono e sopravvivono agli individui che ne sono portatori.

Con «astrazione» egli intende la capacità di identificare, a livelli non immediatamente osservabili, quelle «invarianze» che permangono al variare delle scelte culturali e che costituiscono le «regole» in base alle quali possono essere elaborate differenti strategie di comportamento.

Con «concretezza» egli intende la capacità di identificare a livelli empiricamente osservabili

 “[…] fatti unici e assolutamente irripetibili (c’è un solo Napoleone e una sua sola morte; ed anche se L’assalto del Palazzo d’Inverno fu piuttosto un complesso di eventi che un evento singolo, tuttavia è chiaro che ‘quel’ complesso di eventi è stato anch’esso unico e irripetibile).”

Non vi è dubbio, per Cirese, che l’antropologia si debba muovere in un campo in cui l’astrazione "è connaturata agli oggetti di studio" e in cui ciò che va discusso non è la falsa opposizione «astratto Vs concreto» ma quella tra i «livelli di astrazione» che occorre raggiungere per consentire una «comparazione non-diretta» tra i fenomeni studiati; l’opposizione cioè tra «astrazione» e «generalizzazione», tra astrazioni ricavate da osservazione diretta di fenomeni e astrazioni ricavate da ulteriore elaborazione, logica, dei risultati delle prime astrazioni empiriche.

“[…] a Lifu c’era la pratica (o costumanza o usanza ecc.) di indicare in punto di morte l’animale in cui si crede che ci si reincarnerà, stiamo indicando non un singolo ed irripetibile evento, ma invece il fatto che un certo numero di individui (pur se irriducibilmente diversi) in situazioni consimili (l’avvicinarsi della morte) si comportavano in maniera simile. La pratica (o costumanza o usanza ecc.) è dunque una classe (o un gruppo o categoria o tipo) di eventi o comportamenti che hanno in comune una qualche caratteristica che ci permette di raggrupparli, appunto, e di considerarli non nella loro individuale irripetibilità, ma invece proprio sotto il profilo della loro ripetuta ripetibilità.”

Così la «pratica» o «costumanza» - oggetto proprio degli studi a carattere antropologico - si configura per Cirese come un oggetto da «osservare» con gli occhi della mente; una mente logica capace di operare anche in assenza di referenti, su simboli che hanno perso il valore referenziale e tuttavia possono in ogni momento assumerne uno ricercando nella realtà storica o attuale casi che attualizzino le possibilità immaginate.

Si chiarisce allora la distinzione-opposizione tra studio degli elementi singoli e studio delle classi. La distinzione cioè tra ciò che è “numericamente molteplice” in quanto evento unico (ad es. ogni singolo individuo sceglie alla propria morte l'animale in cui reincarnarsi) e ciò che è “qualitativamente unico” (ad es. la pratica di scegliere un animale in cui reincarnarsi, evento ripetuto e ripetibile nel tempo e nello spazio).

“Il riconoscimento che più eventi o comportamenti distinti presentano certe caratteristiche comuni è il risultato di una operazione mentale di confronto che è compiuto dall’osservatore sui fatti osservati, e che è inoltre compiuta facendo astrazione da un certo numero di caratteristiche distintive. La astrazione (o almeno un certo tipo o grado di astrazione) è quindi immediatamente connaturata, per così dire, con la configurazione stessa degli oggetti (concezioni, comportamenti, istituti, oppure pratiche, usanze, credenze, ecc.) delle indagini demo-etno-antropologiche.”

L’indagine antropologica, secondo Cirese, non può prescindere da due concetti: il «confronto» e l’«astrazione»; concetti che presiedono a tutte le operazioni che confluiscono in ciò che comunemente viene definito «metodo comparativo».

Proprio nel modo di intendere e praticare il metodo comparativo Cirese identifica quelle condizioni di inadeguatezza metodologica che lo spingono verso una rigorizzazione dello strumento di studio.

Egli non si accontenta infatti di raggiungere e inventariare «tipologie» di fenomeni non confrontabili direttamente tra loro; intende invece costruire modelli logici che, per il livello di «generalizzazione» raggiunto, possano consentire «comparazioni indirette» tra gli elementi e le regole che compongono i fenomeni osservati e osservabili che i modelli sono in grado di rappresentare e prevedere.

“[…] come dire che la traduzione da una cultura ad un’altra avviene non in modo diretto, ma per il tramite del riferimento a caratteristiche intrinseche del reale, ad invarianze oggettive che non sono né nostre né altrui: nell’esempip, le oggettive differenze tra viventi e no, umani o no, prodotti dell’uomo e no ecc., che talune culture (in assoluto o sotto certi rispetti) pertinentizzano, e cioè assumono come determinanti o discriminanti, ed altre culture (in assoluto o sotto certi rispetti) neutralizzano, ossia non assumono come determinanti o discriminanti”

3 Dal problema dell’astrazione nella teoria antropologica all’antropologia ‘ripensata’ di E. Leach

La necessità di «rigorizzazione» e lo sviluppo di «modelli logici generalizzanti» permette tra l’altro a Cirese di rendere intellegibili e confrontabili sia il linguaggio sia le costruzioni teoriche elaborate dagli antropologi dei quali egli intende prendere in esame il metodo d’indagine.

In uno dei suoi scritti dedicati ai procedimenti di modellizzazione Cirese prende in esame il saggio Antropologia ripensata, in cui Leach - mosso dalla necessità metodologica di superare quel «pregiudizio etnocentrico», causa a suo avviso della “difficoltà di giungere a delle generalizzazioni comparative” - si propone di chiarire le differenze tra diversi «tipi di comparazione».

Nella prima parte del saggio, come sottolinea Cirese, il termine  «comparazione» e il termine «generalizzazione» sono tutt’altro che opposti, sono anzi fusi in un unico termine quello di «generalizzazioni comparative». E continuano a non esserlo anche quando Leach afferma:

“Mi propongo di stabilire una distinzione tra due specie di generalizzazione comparativa piuttosto simili.[…] Una di queste forme, che non riscuote affatto il mio plauso, deriva dall’opera di Radcliffe-Brown; l’altra, che io stimo, deriva dal lavoro di Lévi-Strauss.”.

Tuttavia, nel criticare il «comparativismo empirico» di Radcliffe-Brown, Leach arriva a trasformare l’opposizione tra due tipi diversi di «generalizzazione» - che Cirese definirà, nel suo saggio A Domande Concrete Astratte Risposte, rispettivamente «induzione empirica» e «induzione matematica» - in quella ben più forte (esaminata dal suo punto di vista nella sezione uno) tra «comparazione» e  «generalizzazione». Egli compie così non solo uno “slittamento terminologico” ma anche uno slittamento logico quando, dopo aver sempre parlato di generalizzazione e di comparazione come di due strumenti complementari, inaspettatamente dice:

“[…] il mio interesse è rivolto alla generalizzazione e non alla comparazione.”

Leach intende così segnare un confine netto tra la generalizzazione di Radcliffe-Brown, che lui definisce "comparazione tout court", e quella di Lévi-Strauss, che condivide e che ritiene non solo "generalizzazione tout court" ma anche “un processo mentale totalmente diverso” dalla «tipizzazione»:

 “La comparazione e la generalizzazione sono entrambe forme di attività scientifica, ma diverse l’una dall’altra”

Cirese interviene su questo punto facendo notare l’equivoco che può nascere quando Leach inizia a usare indifferentemente il termine «comparazione» al posto del termine «classificazione» e quando dichiara:

“La comparazione è un processo analogo a quello della raccolta di farfalle”

Cirese fa notare che in tal modo Leach arriva ad escludere la possibilità di una comparazione che utilizzi la generalizzazione. Tale possibilità viene viceversa esplorata e mostrata per le sue valenze euristiche proprio dallo stesso Cirese nel saggio Lavorare, procreare, produrre, consumare:

“Parlando di comparazione penso ovviamente non ad accostamenti e confronti più o meno generici, ma ad un  ‘metodo’ che abbia precisato criteri e regole.”

Se nella sezione uno si sottolinea l’importanza del saggio di Leach per lo stimolo alla ricerca metodologica e per la critica ad una visione ingenua del metodo comparativo, appare qui altrettanto necessario soffermarsi a rilevare le contraddizioni insite nel suo discorso che costituiscono, per un “metastudioso” come Cirese, un presupposto e uno stimolo alle sue riflessioni sul metodo e alle sue proposte di rigorizzazione.

“L’espressione ‘metodo comparativo’ ha assunto o assume due significati specifici diversi. Talora infatti metodo comparativo, in opposizione a metodo storico, ha designato il solo comparativismo evoluzionistico criticato (dal ‘metodo storico’ appunto) per la decontestualizzazione dei dati che esso operava […]. Altre volte invece metodo comparativo (o anche metodo comparativo statistico con significato che si intreccia con quello di cross-cultural method e simili […] ) sta a designare un complesso di operazioni che poggiano su quel procedimento di logica induttiva che J.Stuart Mill chiamò delle variazioni concomitanti, che Tylor applicò nel suo saggio sulle adesioni o concomitanze culturali (1889), che da Durkheim (1963, cap. IV) a Nadel (1974, cap.IX) è stato considerato come centrale per la scientificità di sociologia e antropologia sociale, e che infine entra come componente nelle analisi quantitative della cultura che si dicono «olistiche» o «oloculturali»”

Per comprendere come mai uno studioso come Leach possa non accorgersi delle contraddizioni in cui cade occorre salire di livello analitico; occorre cioè assumere un livello di analisi metateorico come quello costituito dalle riflessioni di Cirese nel saggio A domande concrete astratte risposte:

“[…]il tipo di comparazione che Leach attribuisce a Radcliffe-Brown è puramente classificatorio. Anzi, per inavvertito ma forse sintomatico slittamento terminologico, ad un certo punto cessa di contrapporre due diversi tipi di «generalizzazione comparativa», e contrappone invece  la ‘comparazione’ alla ‘generalizzazione’ ed identifica la ‘comparazione’ tout court con la ‘classificazione’[…] e per giunta con la classificazione intesa nel senso più banalmente svalutativo  (le «farfalle blu»)”

Per chiarire le ragioni intrinseche di una confusione non priva di conseguenze sul piano metodologico, Cirese invita il suo lettore a intraprendere con lui una digressione formativa intorno alla definizione e all’uso di concetti come «induzione empirica» e «induzione matematica», da un lato, e «classificazione» e «modellizzazione», dall’altro; nel disambiguizzarli egli stimola il lettore ad apprenderne, sperimentandole, le possibilità applicative nel campo delle scienze sociali. Anche in questo caso dunque la ricerca di Cirese:
- prende spunto dalla riflessione sull’uso inadeguato di strumenti interdisciplinari da parte di suoi colleghi antropologi;
- si sviluppa come una lezione di metodo che assume, come temporanei docenti, teorici dei processi di indagine e scoperta scientifica;
- si conclude con una proposta di rigorizzazione delle possibilità applicative di tali strumenti sugli oggetti di pertinenza antropologica.

“Abbiamo due possibilità: a) che si tratti di quel procedimento di logica induttiva che viene chiamato ‘induzione empirica (o incompleta)’ e che press’a poco è il seguente: osservati alcuni elementi di una classe di cose o di fatti, e constatato che quegli elementi posseggono certe proprietà, se ne ricava la conclusione che tutti gli elementi di quella classe posseggono quelle proprietà […]; b) che si tratti invece (nonstante il nome) di quel procedimento della logica deduttiva che viene chiamato ‘induzione matematica (o completa)’, e che press’a poco può indicarsi così: dimostrato che l’elemento iniziale di una successione gode  di una certa proprietà, è dimostrato che se un  elemento qualsiasi della stessa successione gode di quella proprietà allora ne gode anche il successore, allora ogni elemento della successione gode di quella proprietà. […]Nell’induzione empirica conta molto il numero e la natura dei casi effettivamente osservati; nell’induzione matematica invece «non ha importanza il fare un numero più o meno grande di ‘prove’ in casi particolari»: ciò che importa è solo «il passare dal caso relativo all’indice generico r al caso successivo (r+1)»”

Dalla riflessione «metateorica» di Cirese emerge con chiarezza che, se la tendenza «nomotetica» non si è ancora affievolita nell’ambito delle scienze sociali, tuttavia essa rischia di rimanere solo un’ambizione perché anche i più illustri antropologi, divenuti famosi proprio per le loro proposte innovative sul piano metodologico, mostrano, o peggio suggeriscono, un utilizzo puramente metaforico e allusivo dei concetti scientifici di cui, pur avvertendo la necessità, non hanno la padronanza necessaria. E’ il caso anche di termini come «induttivo», che Leach utilizza impropriamente quando, ad esempio, sostiene che ‘la generalizzazione è induttiva’ e oppone «deduzione» a «induzione». Al contrario, come insegna l'epistemologo Richard Rudner:

“La nozione popolare, secondo cui induzione e deduzione sarebbero degli ‘opposti’, come pure la nozione connessa a questa, e ugulmente infondata, secondo cui la deduzione «va» dall’universale al particolare, mentre l’induzione «va» dal particolare all’universale, non sono solo del tutto erronee, ma anche gravemente ingannevoli. Così, oltre al fatto che la deduzione non si limita all’inferenza dal generale al particolare, l’induzione – che comprende la scelta delle ipotesi – comporta di frequente, come uno dei suoi passi, un’operazione deduttiva. Certamente non vi è più alcuna giustificazione per insistere su un simile brano di sciocca «logica» popolare”

Dall'identificazione dei limiti delle critiche di Leach alla comparazione, torniamo ora a considerare l’elogio del metodo comparativo di cui parla Lévi-Strauss nella prefazione a Le strutture elementari della parentela. Sembra chiaro che Lévi-Strauss si riferisca, in essa, all’«induzione empirica», tuttavia non si può escludere, secondo Cirese, che l’antropologo francese sia già sulla strada dell’«induzione matematica», come testimoniano tanto la presenza dell’appendice del matematico A. Weil sullo studio algebrico dei matrimoni quanto quel che "si dice o si fa in Antropologia strutturale o in Il pensiero selvaggio

In questa stessa chiave si possono leggere gli interventi di Cirese sul lavoro di Lévi-Strauss, per sollecitare uno sviluppo e un utilizzo più rigoroso dei «gruppi di trasformazione» di cui l’antropologo francese si fa promotore nel campo degli studi antropologici.

Nella stessa prospettiva si possono considerare:
- le lezioni che Cirese ha dedicato agli studi di «estetica funzionale» proposti da Leroi-Gourhan per la classificazione degli oggetti di cultura materiale,
- le lezioni che lo stesso Cirese ha dedicato all’utilizzo del quadrato semiotico da parte di Greimas,
- i saggi che ancora Cirese ha dedicato allo sviluppo del sistema logico delineato da Karl Marx per rappresentare le fasi e gli aspetti del processo lavorativo,
- le lezioni, gli studi e i programmi informatici che Cirese ha sviluppato per rigorizzare i sistemi di notazione, traduzione e calcolo delle forme parentali ricercati, senza successo, da antropologi, come Kroeber o Lévi-Strauss, che pure sono ancora considerati i massimi esperti di parentologia.

Da queste considerazioni appare chiaro che la lezione metodologica ciresiana non ha un solo destinatario:
- da un lato infatti uno studente che si avvicini alle scienze sociali può ricavare indicazioni metodologiche per muoversi con altrettanta padronanza nei settori in cui è tradizionalmente divisa la materia;
- dall’altro uno studioso che già opera in questo campo di studi può ricavare stimoli e strumenti  per condurre con più rigore  e più efficacia le ricerche che comunque compie, con maggiore o minore consapevolezza dei criteri d’indagine adottati.

4 Dalla notazione usuale di Kroeber alle notazioni di logica e calcolo nel GEPR di Cirese

Nella sezione uno, in riferimento al concetto metalinguistico di «definizione» di Rudner, viene introdotto il concetto di «linguaggio artificiale» in opposizione a quello di «linguaggio usuale». Consideriamo qui il medesimo concetto in relazione alle riflessioni di Cirese sulla elaborazione del sistema di notazione parentale GEPR.

Tale sistema è infatti l’esempio più concreto di applicazione di un linguaggio «artificiale» nella trattazione di un oggetto «naturale» come la parentela. Questo linguaggio è sviluppato utilizzando principi logico-matematici poiché il suo autore, Cirese, parte dal presupposto che per trattare oggetti di pertinenza antropologica, intrinsecamente logici come le relazioni di parentela, occorrano strumenti analitici non meno logici di essi. Tali strumenti devono possedere un grado di «formalizzazione» tale da rendere espliciti gli elementi e le regole che compongono i sistemi di parentela, rendendoli così confrontabili tra loro e con il sistema di chi li osserva. Affinché il «meta-linguaggio» necessario per rappresentare e calcolare le relazioni di parentela sia adeguato allo scopo, ovvero possieda, oltre alla natura logica, un livello astrattivo maggiore del «linguaggio-oggetto», Cirese ritiene indispensabile costruire un «linguaggio artificiale» anziché tentare, come i suoi interlocutori, di adattare un «linguaggio usuale» a svolgere inadeguatamente tale funzione.

Alla base di questa scelta vi è evidentemente il proposito, più volte enunciato dallo stesso Cirese, di distinguere nettamente il livello dell’oggetto di studio da quello dello strumento di studio:

“[…]l’oggetto delle indagini etno-antropologiche è il continuum dei vissuti, o si colloca in tutto o almeno, in parte anche altrove? E posto pure che l’oggetto fosse davvero quello, dovremmo rincorrerne il continuo fluire con il fluire indistinto del nostro discorso?”

Cirese ritiene inopportuno trattare lo studio del vivere quotidiano con strumenti altrettanto legati al vivere quotidiano. Di conseguenza, nella sistematizzazione dei linguaggi e dei sistemi di parentela (e non solo), egli ritiene di dover operare un salto logico che lo porti a descrivere l’oggetto di cui parla con un linguaggio più astratto dell’oggetto stesso, distinguendo così il livello concreto del «vivere una usanza» da quello più astratto del «riflettere su quella usanza».

La necessità di disporre di strumenti logici adeguati a descrivere oggetti di pertinenza antropologica era già emersa, come accennato nella sezione 1, dalle elaborazioni di «notazione parentale usuale» di Kroeber e Goodenough. Che la creazione del linguaggio GEPR di Cirese costituisca la «correzione» esplicita del sistema di notazione «semiformale» di questi studiosi lo si comprende leggendo il saggio A scuola dai logici o a scuola dallo stregone? Proposta di un sistema di notazione logica e calcolo (NCL) delle relazioni di parentela; in esso Cirese tratta approfonditamente la questione della "notazione parentale" partendo proprio dagli ostacoli che hanno trovato coloro che hanno voluto operare con un «sistema di notazione usuale» (NU) piuttosto che con un «sistema di notazione logica e calcolo» (NLC).

Presupposto di questo studio di Cirese può essere considerato il tentativo, effettuato da Kroeber e Goodenough, di sistematizzare la terminologia di parentela attraverso l’utilizzazione di otto termini convenzionali «primitivi»; termini dalla cui combinazione è possibile ricavare altri termini «derivati», così da poter esprimere tutte le possibilità parentali riscontrate «sul campo». L'inadeguatezza, come sottolinea Cirese, si manifesta tuttavia nel fatto che:

“[…]il nostro linguaggio usuale e corrente non è uno strumento adeguato per parlare delle terminologie parentali altrui: se al nostro termine Zio, ad esempio, corrispondono due termini latini e tre termini santal, Zio è inadeguato per parlare del patruus e dell’avunculus latini o del gongon baba, del hopon baba e del mamon dei Santal. […] Più in generale nessun linguaggio parentale specifico PAR/i è in grado di ‘parlare’ (e cioè di esprimere o rappresentare) un qualche altro linguaggio parentale specifico PAR/j diverso da sé.”

Kroeber e Goodenough, intuito tale limite, avevano infatti deciso di utilizzare solo:

“Otto termini di base considerati come elementari primitivi o non ulteriormente riducibili (Padre, Madre, Figlio, Figlia, Fratello, Sorella, Marito, Moglie), e perciò traducono ad esempio avunculus con ‘Fratello della Madre’ o gongon baba con ‘Fratello maggiore del Padre’ (e via dicendo)”

Se questa operazione da un lato consentiva di superare l’etnocentrismo che derivava dall’uso di termini come i «composti» o «complessi» nonno, zio, nipote ecc., dall’altro era ancora viziata dall’errore - insito nel voler rappresentare un linguaggio usuale attraverso un altro linguaggio usuale - di mantenere le implicazioni culturali che rendono anche questo linguaggio «semiformale» inadeguato a rappresentare mondi diversi da quello da cui è ricavato.

Per uscire da questo empasse Cirese propone:

“[…]la costruzione di un metalinguaggio che sia capace di ‘parlare’ tutti i singoli linguaggi parentali, il nostro compreso.”

Un linguaggio, cioè, adeguato a rappresentare tutti gli elementi e tutte le regole del linguaggio genetico-procreativo nonché tutte le operazioni culturali (di selezione e combinazione) che possono essere compiute su di esso, aggiungendo

“[…]alla rappresentazione delle posizioni GEPR almeno la rappresentazione del rapporto coniugale, estraneo a GEPR”

Ciò a cui pensa Cirese è un metalinguaggio parentale che permetta:

“a) una rappresentazione tendente all’esaustività (e comunque suscettibile di continui arricchimenti) delle posizioni oggettive e naturali del GEPR

b) una rappresentazione delle relazioni parentali estranee a GEPR, quale ad esempio quella matrimoniale (e, più oltre, quelle di adozione o di comparatico ecc.)

c) una rappresentazione adeguata e inequivoca della differenza che intercorre tra le posizioni GEPR e  i raggruppamenti terminologici (o anche comportamentali) che ne operano le neutralizzazioni e le pertinentizzazioni caratteristiche dei diversi sistemi PAR.”

Il riferimento metodologico per il funzionamento di questo strumento è il «calcolo logico delle relazioni». Questo presuppone che le «relazioni parentali» siano considerate anzitutto «relazioni logiche». Cirese immagina un «sistema formale di rappresentazione e calcolo» che, in quanto non dipendente da contenuti semantici (che riguardano invece, secondo Rudner, i «sistemi interpretati»), può, assumendo valori diversi, rappresentare tanto l’«osservato» quanto l’«osservabile»; può aiutare ad elaborare ipotesi perché, data la sua astrazione può indurre lo studioso a ricercare, tanto con la «memoria elaborativa» quanto con la «memoria depositata», fenomeni che attuino le possibilità logiche previste dall’elaborazione formale. Basti pensare all’esempio del "gioco di Ozieri", per studiare il quale Cirese elabora un sistema logico-formale che lo induce a ricercare e a scoprire, tra le possibilità varianti di attuazione del modello soggiacente, un fenomeno, tanto distante culturalmente quanto affine strutturalmente, come il testo dantesco dedicato alla raffigurazione del Paradiso.

Ai vantaggi che scaturiscono dall’uso del «linguaggio artificiale» nella costruzione di «modelli euristici» Cirese dedica alcuni studi specifici a carattere teorico-metodologico, tra i quali Modelli di comportamento e modelli teorici e Simulazione informatica e pensiero «altro». In quest’ultimo in particolare egli mostra non soltanto l’inadeguatezza di NU rispetto a NLC ma, anche, la ricchezza euristica che un simile sistema formale possiede dal momento che prevede un numero di combinazioni possibili pressoché infinito.

Il sistema NLC non utilizza categorie «etnocentriche», quali nonno, zio, cugino ecc., ma identifica i soggetti in base a qualità universali come essere «Tecnon» (figlio/a), essere «Genitore» (madre o padre), essere «Sibling» (fratello o sorella), essere «Coniuge» (marito o moglie),  a cui aggiunge una qualificazione  relativa al sesso 1= maschio; 2=femmina e 3= indiffersex (maschio o femmina). Grazie ad esso Cirese mostra che è possibile rappresentare anche quei sistemi, come quello "Crow", che la notazione usuale esclude a causa della confusione che si crea nell’identificare i vari livelli genealogici, dal momento che in questo gruppo etnico “Ego maschio chiama il «cugino incrociato patrilaterale» con lo stesso nome con il quale designa suo padre”. Nel nostro sistema terminologico infatti:

“[...] i figli o le figlie dei fratelli o delle sorelle dei padri o delle madri (la prole o i tecne dei sibling dei genitori: OTOSOGO in Gepr) si trovano raggruppati nell’unica categoria dei «cugini», tutti iso-generazionali con Ego, ossia tutti appartenenti alla stessa generazione dell’individuo rispetto al quale si calcola la relazione di parentela. E l’iso-generazionalità dei «cugini» ci pare del tutto «naturale», non solo perché naturali ci sembrano le cose cui la nostra cultura ci ha abituato, ma anche perché nel sistema genetico-procreativo tutti gli individui che noi chiamaiamo «cugini» si trovano alla stessa distanza dallo stipite: i «nonni»”

Il limite di NU non consiste solo nell’inadeguatezza a rappresentare le notazioni parentali «altre» e «possibili», ma anche nelle implicazioni etnocentriche svalutative delle altre «forme culturali», come appare evidente quando viene ritenuto a-logico ciò che è, più semplicemente, un assunto diverso all’interno di una medesima logica.

Il sistema di Notazione Logica e Calcolo (NLC) permette invece di rendere intelligibile anche l’apparentemente «assurdo» sistema culturale "Crow", dal momento che riesce a rappresentarlo come una «variante del medesimo modello» e non come un fenomeno ad esso estraneo.

Cirese, grazie a questa riflessione, può affermare che, tra i Crow e l’antropologo osservante c’è

“[…]diversità (culturale) negli assunti […]ma identità (umana) per le inferenze”

poiché,  spiega Cirese, proprio come fanno i Crow:

“[…]supposto che io chiami «padre» il «figlio della sorella di mio padre», come chiamerò il «figlio del figlio della sorella di mio padre»? La risposta immediata è che lo chiamerò «fratello»”

Egli conclude quindi che il sistema culturale "Crow" non è il risultato di una incomprensibile «logica altra», bensì di un diverso assunto, retto, però, da una logica simile alla nostra che il sistema NLC è in grado di formalizzare  trattando il sistema Crow come qualunque altro «sistema logico di parentela».

5 Il contributo metateorico di Lévi-Strauss come oggetto dello studio critico di Cirese

Nella sezione 1 viene sottolineato come la riflessione di Lévi-Strauss sull’analisi morfologica di Propp contenga un invito sia al superamento di una concezione empirica di modello formale sia all’adozione di strumenti cognitivi più adeguati alla rappresentazione delle strutture narrative soggiacenti, ovvero all’esplorazione di quei «possibili narrativi» che già Brémond aveva mostrato essere pregiudizialmente esclusi dal modello proppiano perché non rappresentati dalla tipologia dei casi osservati (la raccolta di fiabe russe di Afanas’ev).

Il dialogo a distanza tra i due studiosi (Lévi-Strauss scrive una nota alla Morfologia della fiaba pubblicata nell’edizione francese; Propp risponde a sua volta con una nota; entrambi i contributi sono pubblicati nelle attuali edizioni della Morfologia della fiaba) è citato, nella sezione 1, in quanto esempio di metadiscorso nel campo antropologico-narratologico; un discorso cioè che sposta l’attenzione dall’oggetto di studio (le fiabe di magia russe raccolte da Afanas’ev e classificate da Propp) al metodo per studiare l’oggetto stesso (che cosa è un’analisi formale, che cos’è un’analisi strutturale? che cos’è un modello empirico, che cos’è un modello logico?).

In questa seconda sezione, che vuole introdurre un nuovo livello analitico, non si ha più come obiettivo solo quello di rendere esplicite le intenzioni metodologiche insite nei metadiscorsi di antropologi sui discorsi di altri antropologi troppo interessati alla materia di studio e troppo poco al metodo di studio. Questa parte della ricerca vuole invece rendere esplicito nei suoi procedimenti il lavoro di "rigorizzazione" svolto da Cirese sugli studi di quegli antropologi attenti alla «metodologia della ricerca»; un lavoro che trasforma le «intenzioni» di quegli antropologi in «proposte metodologiche» e persino in «programmi informatici» tecnologicamente adeguati ad esse. In tal modo le riflessioni di Cirese creano un grado ulteriore di riflessione sugli oggetti di pertinenza antropologica, considerando, non ultimo, tra gli oggetti il metodo di lavoro degli stessi antropologi.

“L’uomo non solo parla del mondo, ma può parlare del suo parlare del mondo (capacità metalinguistica), e non solo produce strumenti che operano sul mondo, ma produce strumenti che a loro volta producono strumenti che operano sul mondo (capacità meta-strumentale). Con la conseguente apertura sull’infinito del meta-meta-linguaggio, e del meta-meta-strumento.”

È opportuno precisare qui che il lavoro svolto da Cirese - seppure condotto su un piano esplicitamente epistemologico, che lo fa apparire di conseguenza come possibile oggetto di pertinenza extra-antropologica - trova invece una precisa collocazione antropologica se si considera che proprio Cirese, più di altri antropologi-epistemologi, come i già citati Nadel e Rudner, ha più volte reso esplicita quell’affinità strutturale tra lo strumento e la materia di pertinenza antropologica (sistemi per classificare sistemi di classificazione del mondo); un'affinità che, per non trasformarsi in confusione, richiede che i criteri interpretativi, i modelli e i linguaggi dell’antropologo possiedano una scientificità e un rigore non richiesti viceversa a quelli praticati dalle popolazioni studiate.

Per esemplificare la «natura sistematizzante» del contributo metateorico apportato da Cirese al dibattito metodologico interno agli studi antropologici può essere utile riprendere il meta-discorso intorno alla metodologia di studio narratologico iniziato con il dialogo Propp/Lévi-Strauss/Propp. Con l’intervento, a distanza, di Cirese tale dialogo assume infatti una connotazione epistemologica che il discorso di Lévi-Strauss postula senza riuscire a sviluppare. L’attenzione di Cirese per gli «operatori logici» che - in modo puramente metaforico - Lévi-Strauss chiama in causa all’interno del dibattito, solo apparentemente e temporaneamente sembra allontanare il lettore dalla materia antropologica; infatti Cirese mostra che la conoscenza degli «operatori logici temporali» non può essere considerata una competenza facoltativa da chi vuole studiare la «logica della narrazione» quand'anche relativa al solo campo delle fiabe popolari; infatti le stesse funzioni narrative di cui parlano Propp e Lévi-Strauss (partenza-ritorno ecc.) implicano l’applicazione consapevole o inconsapevole di tali operatori.

E’ proprio la mancanza di conoscenza di tali operatori a far sì, secondo Cirese, che Lévi-Strauss pecchi, anche se su un piano diverso, di quella stessa superficialità che quest'ultimo imputa a Propp nell’indagare il proprio oggetto di studio.

Schematizzando, come nella sezione 1 (Fig. 1), ma aggiungendo qui un ulteriore livello metateorico, otteniamo la seguente rappresentazione grafica del livello di intervento di ciascuno dei tre autori: Propp, Lévi-Strauss e Cirese:

Riflessione meta-metateorica di Cirese sulle riflessioni metateoriche di
Lévi-Strauss sullo studio morfologico di Propp sulle fiabe di magia russe

Riflessione metateorica di Lévi-Strauss sullo studio morfologico
di Propp sulle fiabe di magia russe

Studio morfologico di Propp
sulle fiabe di magia russe

Raccolta di fiabe di magia russe
di Afanas’ev

 

(Fig.2)

I discorsi teorici che compongono il «dialogo iper-testuale» rappresentato dallo schema - ivi compreso il metatesto di Cirese che assume ad oggetto le correlazioni tra i testi di Propp e di Lévi-Strauss - devono possedere da un lato quella relativa autonomia che li rende di per sé informativi, dall’altro quella rete di correlazioni logiche intertestuali che aggiunge al «valore informativo» dei «testi» quello delle «reciproche correlazioni».

Infatti, così come si può godere del piacere della lettura di quelle fiabe raccolte da Afanas’ev in un volume che costituisce, di per sé, un oggetto informativo capace di affascinare tanto i bambini quanto gli adulti, si può anche godere del piacere della ri-lettura di quella medesima raccolta di testi attraverso lo studio morfologico di Propp.

Tale studio tuttavia può essere letto e appreso come un «manuale metodologico» che, pur «presupponendo» la conoscenza delle fiabe di cui parla, ha l’ambizione di far appassionare il «lettore-studioso» alla ricerca di quelle «funzioni narrative» dalla cui «combinazione» quelle stesse fiabe hanno preso forma. Tanto è vero che nessuna edizione esistente della Morfologia della fiaba «include» la raccolta di fiabe di "Afanas’ev" a cui tuttavia rimanda come «presupposto».

E’ significativo invece che il «saggio di Lévi-Strauss sulla Morfologia della fiaba di Propp» sia contenuto tanto nelle edizioni del libro di Propp Morfologia della fiaba quanto nella raccolta di saggi di Lévi-Strauss dal titolo Antropologia  strutturale due.

Infatti, se letto in appendice al libro di Propp, il saggio di Lévi-Strauss acquista il senso di uno «strumento di rilettura» della proposta proppiana, che induce a interrogarsi sulle «potenzialità metodologiche applicative» contenute in uno studio che, come dichiara lo stesso Propp nella risposta a Lévi-Strauss, non possiede le ambizioni di «analisi strutturale» che Lévi-Strauss invece presumeva di trovarvi.

Lo stesso saggio di Lévi-Strauss, letto invece all’interno della raccolta Antropologia strutturale due, acquista una «connotazione epistemico-metodologica», come un capitolo della ricerca lévistraussiana intorno alle analisi strutturali in campo antropologico. Già in questa nuova collocazione il testo levistraussiano può indurre il lettore (che evidentemente insegue diverse finalità conoscitive) a porsi interrogativi di metodo intorno all’estendibilità e alla correttezza dei procedimenti di analisi proposti da Lévi-Strauss al di là dei diversi oggetti a cui la sua «analisi strutturale» si viene applicando.

Saltando ulteriormente di livello può essere colto tanto il valore autonomo del saggio di Cirese sulla proposta lévistraussiana (un valore che risiede in quel che il particolare saggio aggiunge alle ricerche metodologiche ciresiane intorno alla rigorizzazione delle analisi strutturali in antropologia) quanto il valore relazionale dello stesso studio, correlandolo, come ulteriore livello di indagine, ai testi di Lévi-Strauss e di Propp, nonché alla raccolta di Afanas’ev, in quanto possibile tappa ulteriore in un viaggio «virtuale» e «iper-testuale», tra oggetti e strumenti della narrazione, in cui ciascun testo acquista valore dalle «correlazioni» con gli altri.

Il godimento che proviene dalla lettura di una fiaba non presuppone la conoscenza della sua forma narrativa, e tuttavia questa conoscenza non annulla tale piacere ma piuttosto ne aggiunge uno nuovo. Allo stesso modo la fruizione dello studio morfologico di Propp consente di acquisire un livello di competenza che - seppure non possa essere indiscriminatamente applicato a qualunque altro oggetto narratologico senza intervenire sul modello - permette tuttavia di padroneggiare una materia che prima di Propp tanti altri studiosi avevano cercato maldestramente di classificare, utilizzando criteri (i cosiddetti "tipi" e "motivi") applicabili, alle stesse fiabe russe di magia, con un ben più alto grado di soggettività.

Il contributo di Lévi-Strauss ha l’ambizione di portare il lettore su un terreno in cui l’oggetto di conoscenza è costituito da un ulteriore livello di competenza; una competenza narratologica tout court che non cancella la validità dell’operazione proppiana ma ne mostra i limiti interni, in quanto studio morfologico e non strutturale, qualora da essa si vogliano cogliere gli stimoli a sviluppare una modellizzazione di funzioni applicabile oltre l’oggetto costituito dalle fiabe di magia russe. Anche in tal caso si potrebbe considerare lo studio di Lévi-Strauss da un lato come un «esercizio» della capacità lévistraussiana di cogliere nuovi orizzonti per gli studi antropologici, dall’altro come una «valorizzazione» del lavoro svolto da Propp per le potenzialità che in esso sono contenute, seppure non sviluppate, dallo stesso autore.

L’intervento di Cirese si viene a collocare, a questo punto:
- da un lato come un saggio delle capacità ciresiane di sviluppare potenzialità, buchi e inadeguatezze di proposte formal-strutturali che sono prematuramente tramontate, in antropologia, con le ideologie e le mode culturali che le avevano inizialmente sostenute (una capacità di cogliere sia legami metodologici trasversali rispetto alla storia e alla geografia degli studi antropologici sia legami con altri campi di ricerca);
- dall’altro come un invito a non cancellare sbrigativamente un saggio, come quello di Lévi-Strauss, che, pur contenendo le imprecisioni sul piano applicativo identificate dallo stesso Cirese, contiene anche indicazioni metodologiche che, qualora siano corroborate da una capacità analitica pari all’ambizione e all’intraprendenza, potrebbero far compiere progressi scientifici finora mai raggiunti nell’ambito delle scienze sociali.

Dopo la lettura del saggio di Cirese su Lévi-Strauss, si è portati a credere che ben pochi tra studenti e studiosi - compreso lo stesso Lévi-Strauss - siano stati in grado di riconoscere, anche dopo una ripetuta lettura, quelle inadeguatezze metodologiche che Cirese viceversa riconosce ed esplicita con un rigore logico-matematico normalmente estraneo a questo campo di studi.

Chi mai infatti, leggendo per la prima volta La struttura e la forma, sospetterebbe che Lévi-Strauss abbia peccato proprio della stessa superficialità e incompletezza che egli imputa allo studio di Propp? e che inoltre lo stesso Lévi-Strauss abbia fatto cattivo uso degli strumenti di cui lui per primo si è fatto promotore con il suo saggio?

Tutta l’attenzione del lettore infatti si concentra sull’idea innovativa di poter ridurre il numero delle funzioni identificate da Propp creando dei «gruppi di trasformazione» basati su «l’algebra di Boole». Lo stesso Cirese apprezza l’intento levistraussiano, simile, per certi versi, a quello che egli ha inseguito in campo parentologico, riducendo «elementi» e «regole» della rappresentazione delle relazioni di parentela. Per di più Cirese è in grado di cogliere quelle «potenzialità euristiche» che per Lévi-Strauss costituiscono una sfida a trasformare il modello delle funzioni proppiane in un sistema di «calcolo» dei «possibili narrativi».

Tuttavia la stessa competenza epistemologica ciresiana:
- da un lato permette di riconoscere il valore dell’impresa levistraussiana
- dall’altro ne identifica i limiti attuativi, ovvero l’incapacità di un grande antropologo di utilizzare gli strumenti cognitivi epistemologici di cui egli stesso propone l’uso.

L’errore metodologico è identificato da Cirese nel tentativo, da parte di Lévi-Strauss, di unificare le funzioni:

1) «divieto» e «infrazione» , «divieto» e «ordine»;

2) «partenza» e «ritorno»;

3) «ricerca» e «persecuzione»

Attraverso una puntuale analisi logica delle operazioni compiute o solo suggerite da Lèvi-Strauss Cirese arriva a concludere:

“a) gli operatori LS-NEG1 e LS-INV sono confusamente concepiti e applicati;

b) la riduzione che si pretende di operare è illusoria perché, se diminuisce (in apparenza) il numero delle funzioni indipendenti, aumenta di molto (e in realtà) il numero degli operatori da impiegare;

c) Lévi-Strauss sorvola su due fatti essenziali, e cioè che l’operatore deontico O (come del resto ogni altro) deve applicarsi ad «elementi» (p, q, r,…) e che per passare dall’ordine (o divieto) all’infrazione (o all’adempimento) occorre un operatore temporale (T).”

Questo esempio, se da un lato mostra il valore della «rigorizzazione metodologica» come tratto distintivo del lavoro di Alberto Mario Cirese, dall’altro mostra che la ripresa di una stessa ricerca, a diversi livelli, da parte di diversi autori può costituire un reciproco arricchimento e creare una continuità metodologica tra:
- la ricerca applicata intorno ai "modelli comportamentali" «oggetti» della ricerca antropologica
- la ricerca metateorica intorno ai "modelli teorici" «strumenti» della ricerca antropologica.

6 Leroi-Gourhan e la classificazione museale degli oggetti

Nel punto 1 si accenna all’influenza degli studi di Leroi-Gourhan sull’opera di Cirese, facendo esplicito riferimento al rapporto tra le riflessioni dello studioso francese sull’ «estetica funzionale» degli oggetti-utensili e gli studi ciresiani sulla duplice natura «segnico-fabrile» degli oggetti.

Questa qualità «biplanare» che possiedono gli oggetti di «cultura materiale» indagati specificamente da alcuni tipi di studi in ambito antropologico, assume particolare rilievo qualora si voglia o si debba, per motivi classificatori e documentari, trattare tali oggetti come «rappresentazioni di se stessi»; quando cioè - nel caso ad esempio di una esposizione museale - essi vengono decontestualizzati, grazie ad una semplice cornice o teca, e rifunzionalizzati da «oggetti che fanno» in «oggetti che dicono».

A questo problema Cirese dedica diversi lavori tra cui: Segnicità, fabrilità, procreazione e Il pane cibo e il pane segno.

Nel primo saggio Cirese cerca di identificare i presupposti filosofici dai quali hanno origine:
- da un lato la distinzione tra la sfera del «segnico» e quella del «fabrile» all’interno delle attività culturali dell’uomo in società;
- dall’altro quei pregiudizi, altrettanto densi di conseguenze per gli studi antropologici, che danno priorità all’una o all’altra sfera dell’agire umano e, di conseguenza, interpretano ogni fenomeno «culturale» in chiave economicistica («panfabrilismo») o simbolistica («pansemiotismo»).

“[…] la lezione dice no al pansemiotismo, e no al panfabrilismo; ma dice no anche a mediazioni pasticciate ed a più o meno oscuri superamenti dialettici. In Leroi-Gourhan (o almeno così a me pare) il dire rimane dire, categoria del reale; e il fare rimane fare, altra categoria del reale. Ma le due facce della realtà restano comunque congiunte e inseparabili così come - nel classico esempio - le due facce delle monete o medaglie: unite, eppure permanentemente distinte; distinte eppure permanentemente unite. […]Il passaggio dall’una all’altra è un passaggio al diverso e non un passaggio all’opposto o contrario. La transizione non consiste nella negazione ma nel fatto che diviene oggetto e sfondo ciò che era soggetto e forma, e viceversa.”

A tale scopo egli prende in considerazione alcuni passi da L’Ideologia tedesca di Marx ed Engelsin cui gli autori elencano le “quattro azioni storiche fondanti” necessarie ai fini della sopravvivenza dell’uomo. Esse si presentano come un indice il cui «ordine» sembrerebbe, ad una prima lettura, indicare un «rapporto gerarchico» tra di esse:

  • Mangiare e bere
  • Produrre nuovi bisogni
  • Riprodursi
  • Avere relazioni con altri esseri umani attraverso la coscienza e il linguaggio

Cirese sottolinea, nell'analisi del testo, la contrapposizione, “per giunta sottolineata con stacco espositivo”, tra il I punto, a suo avviso collocabile nell’ambito della «fabrilità», e il IV punto, più associabile invece a quello della «segnicità».

Il fatto che il linguaggio (e dunque la segnicità) venga elencativamente dopo la fabrilità (e con espressioni che accennano a una sorta di posteriorità) può dare in genere fondamento (non immotivato, lo riconosco) ad orientamenti che tra l’altro tendono ad identificare la segnicità con i livelli sovrastrutturali e la fabrilità con i livelli strutturali

Da questa lettura «ingenua»  dell’analisi marxengelsiana deriva persino una confusione, ampiamente diffusa negli studi demo-etno-antropologici, secondo cui «segnico» viene considerato sinonimo di «intellettuale» e «fabrile» equivalente di «manuale».

La rigorizzazione logica e terminologica proposta da Cirese permette di rappresentare in modo ben distinto, oltre che interrelato, le diverse funzioni compresenti in un medesimo fenomeno, sia che si tratti di una produzione tradizionale di manufatti quali i "pani cerimonali sardi",  sia che si tratti di uno scambio cerimoniale-economico quale il complesso rituale del "Kula".

Grazie all'atteggiamento meta-linguistico esemplificato e teorizzato dagli studi di Cirese i fenomeni culturali di pertinenza antropologica possono essere rappresentati e padroneggiati nella loro complessità, anziché essere ridotti e omologati trascurandone - per inadeguatezza classificatoria e teorica - la faccia segnica a favore di quella fabrile o viceversa.

Anche in questo caso il metadiscorso ciresiano assume come riferimento il discorso di un altro studioso che ha colto, sia pure in modo non sistematico, la natura logica di quei tratti distintivi che sono alla base della modellizzazione ciresiana.

Così Cirese, nel commemorare Leroi-Gourhan, ricorda che proprio questo studioso ha colto, negli oggetti-utensili considerati e classificati dagli studi demo-etno-antropologici, una continuità irriducibile tra «aspetti funzionali»  e «aspetti decorativi». C’è nelle affermazioni di Leroi-Gourhan:

“[…]l’idea ora soggiacente ed ora esplicita che da un lato tutto può essere o divenire strumento o materia di comunicazione, e dall’altro tutto può essere o porsi come strumento o materia di scambio. I due piani si intersecano e interagiscono, ma non si confondono. Sono uniti, ma restano irriducibilmente distinti.”

Partendo da questi presupposti Cirese arriva a dichiarare:

“[…]a me pare scarsamente persuasiva una concezione dei rapporti tra segnicità e fabrilità (e forse anche tra sovrastrutture e strutture) che visualizzata porti a configurarla come stati divisi e sovrapposti (olio e acqua in un bicchiere, per esempio, con l’olio che sta sopra l’acqua così come la segnicità starebbe sopra la fabrilità). Tendo invece a concepire (se non è un puro e semplice immaginare) quei rapporti in modo che, visualizzati, somiglino piuttosto all’emulsione che si ottiene quando, adeguatamente agitato il bicchiere, ad ogni particella di acqua (o di fabrilità) aderisca una particella di olio (o segnicità), con ovvia eliminazione del tipo di ‘secondarietà’ della segnicità cui fa invece pensare l’immagine degli strati separati e sovrapposti”

Il metadiscorso ciresiano intorno alla distinzione tra «segnico» e «fabrile» trova una logica continuazione e applicazione nelle riflessioni che egli dedica intorno a un'ipotesi di sistematizzazione degli studi sui pani cerimoniali. E’ qui che una lettura ingenua della classificazione marx-englesiana delle azioni fondanti dell’uomo mostra tutta la sua inadeguatezza, assumendo che il pane, oggetto nutritivo per eccellenza, non possa appartenere ad altro universo che a quello della fabrilità.

Cirese mostra invece come, anche nel caso di una tipologia di oggetti a cui sono abitualmente associati usi per lo più «non-segnici»,
- sia identificabile una biplanarità sostanziale
- si possa a ragione parlare di una «estetica funzionale»,
- sia necessaria una classificazione più sofisticata di quella che tende ad escludere l’uno o l’altro aspetto del problema:

“[…]la forma del pane (sagoma, spessore, dimensione ecc.) è chiaramente segnica, perfino nei pani dell’uso alimentare giornaliero […] Quasi verrebbe da stabilire analogie col rapporto che, per la sua estetica funzionale, Leroi-Gourhan fissa tra funzione e forma, non senza  riferimento alla presenza, anche nel pane, di “stili etnici”; trattandosi poi del pane, verrebbe anche da pensare all’estetica che Leroi-Gourhan chiama fisiologica.”

Anche in questo caso la sistematizzazione teorico-metodologica di Cirese trova un ambito applicativo particolarmente adeguato sul piano progettuale: nella classificazione, esposizione e documentazione museale di oggetti che, sottratti alla loro funzione «fabrile», ne assumono una propriamente «segnico-espositiva».

“[gli oggetti] Diventano documenti nel momento in cui vengono tolti dal contesto d’uso per farli entrare in quello di documentazione.”

Cirese considera che anche un chiodo o un aratro, ad esempio, oggetti facilmente inscrivibili nell’ambito del fabrile, modificano la loro natura quando si trasformano in rappresentazioni di classi di oggetti rappresentative di modi di vita, di concezioni espresse anche attraverso atti fabrili usuali presso determinati gruppi sociali; allo stesso modo dei pani, a cui viene associata meccanicamente la sola funzione nutritiva, non appaiono più riducibili a questo solo aspetto quando se ne pertinentizzano la forma e il colore per svolgere con essi un uso propriamente segnico-cerimoniale.

“Un chiodo, ad esempio, è oggetto d’uso nel momento in cui si trova nella cassetta di attrezzi per essere adoperato, ma cessa di essere un oggetto d’uso per il semplice fatto di essere mostrato o esibito su questo tavolo.”

Il pane sardo cerimoniale costituisce un esempio in cui l’aspetto decorativo prevale addirittura su quello alimentare; la pertinentizzazione delle potenzialità segniche della sua lavorazione neutralizza quelle fabrili al punto che non lo si considera più come pane-“nutrimento” ma come pane-“veicolo di informazione”. Di più: la sua funzionalità puramente decorativo-espositiva fa sì che esso tenda a non rivelare o addirittura ad occultare la sua idoneità alimentare; esso infatti non parla della materia di cui è fatto; solo chi conosce il processo di elaborazione può ancora pensare ad esso, una volta cotto e decorato, come a un “pane”; per tutti gli altri fruitori esso è equiparabile ad una “scultura” ed identificabile come tale.

Le considerazioni di Cirese intorno alla natura biplanare segnico-fabrile degli oggetti di pertinenza antropologica solleva il problema, ben più ampio, della classificazione degli oggetti in generale; problema che si presenta agli studiosi ogni qual volta si trovino a dover creare-considerare un documento di rilevanza antropologica.

Infatti ogni qual volta sia necessario catalogare un oggetto in funzione della sua qualità (auto)rappresentativa non ci si può non domandare quali siano i «tratti distintivi» che permettano di «assegnarlo a» una classe piuttosto che a un’altra, ovvero quali tratti permettano di considerarlo come adeguata «rappresentazione di» una classe, a cui appartiene o a cui apparteneva o a cui addirittura non appartiene (più) ma ne costituisce un possibile modello (oggetto rotto oppure modellino).

“Il grande problema classificatorio è questo: scegliere fra tutte le possibili condizioni quelle che sono più rispondenti alle finalità che intendiamo raggiungere […] per individuare questo insieme di oggetti, cioè l’insieme costituito da un chiodo, una vite da legno, una vite con testa a dado e una vite da ferro, che pure sono differenti fra loro, occorre dire ad un certo momento “oggetti di metallo”

Questi problemi, che interessano direttamente semiologi e filosofi della scienza, sono ritenuti da Cirese parti integranti della ricerca antropologica, dal momento che, paradossalmente, la classificazione entra nella ricerca antropologica sia come oggetto che come strumento; con categorizzazioni più o meno astratte e formalizzate si è costretti a parlare delle categorizzazioni usuali che i portatori delle costumanze hanno concepito in rapporto allo stesso mondo «naturale» con cui interagiscono gli studiosi delle usanze. Per capire le usanze occorre dunque comprendere i criteri logici che soggiacciono alla loro stessa classificazione da parte di coloro che ne sono portatori; ma per comprendere tali criteri occore adottare criteri che non si confondano, sullo stesso piano, con i primi.

NOTE

1981c, ‘A domande concrete astratte risposte’ in Uomo e cultura, 1980/81, n. 25/28 : 3-41

Ivi: 4

Ivi:5

Ivi: 6

Cirese, A. M., 1984, ‘Lavorare, procreare, produrre, consumare’  in Segnicità, fabrilità, procreazione, Cisu,: 62

Cfr. cap1

Leach, E., Op. cit.

Leach, E., Op. cit: 14

Ibidem

Cirese, A.M., 1981c, ‘A domande concrete astratte risposte’ in Uomo e cultura, 1980/81, n. 25/28 : 3-41

Leach, Op cit.:15

Ibidem

Ibidem

Cirese, A. M., 1984, Segnicità, fabrilità, procreazione, Cisu, Roma: 97

Ivi.: 97

Cirese, A.M., 1981c, ‘A domande concrete astratte risposte’ in Uomo e cultura, 1980/81, n. 25/28: 35

Ivi: 29

Rudner, 1968, Filosofia delle scienze sociali, Bologna, Il Mulino:111,  n.7

Cirese, A.M., 1981c, ‘A domande concrete astratte risposte’ in Uomo e cultura, 1980/81, n. 25/28:  31

Cirese, A. M., 1990, ‘Il pane cibo e il pane segno’ in L’Uomo, vol III, n.1:36

Cirese, A.M., 1978, A scuola dai logici o a scuola dallo stregone? Proposta di un sistema di notazione logica e calcolo (NLC) delle relazioni di parentela, Dispense del corso di antropologia cuturale 1, Roma, Facoltà di lettere e filosofia

Kroeber, A.L., 1974, La natura della cultura, Bologna, il Mulino - Goodenough, W.G., 1956, Componential Analysis and the Study of  Meaning, in «Language» XXXII, pp. 195-216

Cirese, A.M., 1978, A scuola dai logici o a scuola dallo stregone? Proposta di un sistema di notazione logica e calcolo (NLC) delle relazioni di parentela, Dispense del corso di antropologia cuturale 1, Roma, Facoltà di lettere e filosofia: 36

Ivi:37

Ivi:38

Ibidem

Ivi:39

Rudner. R., Op.Cit

‘Dal gioco di Ozieri al numerus clausus dei beati danteschi.Tentativo di tipologia ideologica in Il dire e il fare nelle opere dell’uomo, Bibliotheca, Gaeta 1998

Cirese, A.M., 1993d, Simulazione informatica e pensiero ‘altro’ In: Il sapere dell'antropologia. Pensare, comprendere, descrivere l'Altro. A cura di  Ugo Fabietti. Milano, Mursia : 155-170.

Ivi:158

Ivi:160

Ibidem

Per la versione più recente del programma GELM elaborata in visual basic lo stesso Cirese ha realizzato una guida ipertestuale che introduce l’utente all’articolazione del suo sistema.

cfr. Brémond, C., 1969,‘La logica dei possibili narrativi’ in AAVV, L’analisi del racconto, Milano, Bompiani; Bremond, C., 1977,‘Il retaggio di Propp’ in Logica del racconto, Milano, Bompiani

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Propp, V., 1970,  Morphologie du conte, Paris, Gallimard

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Ibidem

Cirese, A.M., 1989, ‘Classi astratte e cose concrete’ in Solinas, P.(a cura di), Gli oggetti esemplari, Siena, Editori del Grifo: 29